Guapparia, dal guappo alla camorra.

Guappo 1800

Una delle canzoni Napoletane più iconografiche sulla realtà della Malavita è sicuramente il bellissimo brano di Libero Bovio e Rodolfo Falvo ” Guapparìa “, che non a torto è considerata uno dei classici più conosciuti e gettonati. Scritta nel 1914, appartiene al filone delle famose canzoni ” di giacca “, nate e costruite sull’abbigliamento tipico del ” Guappo “, una figura se non storica fortemente popolare che a cavallo tra il 1860 e il 1920 rappresentava per la gente un vero e proprio
” amministratore di pace e giustizia ” . Costui esibiva il proprio potere anche e soprattutto con l’abbigliamento : vestito di tutto punto con giacche cucite su misura, il Guappo arricchiva la propria immagine con una elegantissima e sgargiante cravatta, simbolo di denaro ma anche di contrasto nei confronti del ” gentiluomo falso e borghese ” da cui ci teneva a distinguersi.

Le canzoni del periodo ce lo mostrano nella sua mascolina e verace realtà, a volte feroce a volte duro e irremovibile, spesso sanguinario e non di rado assassino ma sempre nel rispetto di ” un codice d’onore ” che non solo a Napoli ma nell’Italia del periodo era fortemente sentito e praticato.
E tuttavia, paradossalmente, amministrato e difeso meglio a Napoli che nel resto d’Italia.

guappo 1800

Nella Napoli del 1800 l’aspirante guappo si distingueva per la bellicosità e la lealtà del comportamento, la destrezza nel maneggiare il pugnale e il carisma. Il giovane guappo deve necessariamente, per essere considerato tale, passare un certo periodo in prigione, dove finisce l cosiddetto ” apprendistato ” e può diventare di dritto un ” artista della malavita ” L’abbigliamento completerà poi la sua dimensione divenendone parte integrante e simbolo.
Il vero guappo è comunque un borghese, un commerciante o un guantaio , sempre colto e bene istruito.
Lo scugnizzo, figlio del popolo, lo emula nell’atteggiamento spavaldo e nella spudoratezza e ne è l più fedele vassallo.
Ecco un disegno del 1820 che rappresenta appunto uno scugnizzo-guappo

Fino all’immediato dopoguerra e particolarmente subito dopo l’accorpamento tra nord e sud ,infatti, per il Belpaese l’Onore non aveva nulla a che fare con la giustizia, e coincideva con il solo rispetto della propria immagine pubblica,passando spesso attraverso il talamo nuziale.
Il ” delitto d’Onore ” era previsto e tutelato dalla Legge Italiana, che si mostrava assolutamente indulgente con chi ” lavava l’onta “per i fatti suoi ( in genere per fatti di corna, diffamazione ma anche di stupro) e in chiave deliziosamente maschilista. Nel senso che,se l’assassina era una donna, veniva sbattuta in galera senza tante discussioni. Non solo: l’adulterio e l’abbandono del tetto coniugale era imputabile come reato solo , ancora una volta, alle donne .
Per il maschio, e senza classismi, si attivava invece una sorta di ” comprensione benevola del fatto “, benchè proprio per differenze di classe ” la modalità ” attraverso cui veniva ristabilito il proprio onore fosse assolutamente diversa.
Tra nobili e ricchi era diffuso ” il duello “, con armi bianche o pistole, che era rigorosamente codificato anche in sede legale.
Tra il popolo, invece, l’arma prediletta era il coltello, facile da nascondere e difficile da maneggiare, e come tale oggetto di culto. Benchè il duello fosse stato proibito la Legge Italiana strizzava pietosamente l’occhio a questo rozza ma efficace ” Giustizia fai da te ” ,soprattutto se l’assassino stava lavando un’offesa perpetrata alla propria donna. Il ” Comune senso dell’Onore ” era quindi questo, per l’Italia cattolica e moralista del periodo. Il furto, le sopraffazioni, l’iniquità di Governo e le differenze di classe non rientravano nella sfera di sensibilità popolare.
A Napoli , e di riflesso per gran parte del Meridione, le cose erano molto diverse. Sofferenti per le conseguenze della famosa Unità d’Italia che la privò delle proprie ricchezze e di una ormai consolidata stabilità sociale, benchè sotto i Borboni, il popolo si trovò di punto in bianco depredato della propria dimensione e completamente abbandonato dallo Stato, che ne fece a pezzi il territorio e permise il ” furto legalizzato ” di molte delle sue risorse verso il Nord.

Ma la figura del Guappo non nasce da qui. Associata erroneamente a quella del brigante, o peggio, del camorrista è molto più antica e profondamente radicata nella cultura Partenopea.
In pratica si tratta di un ” libero professionista del potere “, da lui esercitato in maniera quasi familiare ma con la tipica durezza del Giustiziere. Il Guappo che siamo abituati a conoscere è quello di ” Sciammeria “, ossia una figura relativamente moderna che ha già attinto al patrimonio culturale del Gangster Americano, di cui tende ad emulare le gesta, e che possiamo cronologicamente collocare nell’immediato secondo dopoguerra. Costui ha già perso il famoso ” codice d’onore” che caratterizza invece la figura ottocentesca, una specie di patriarca di quartiere che amministra saggiamente l’economia e la quotidianità della sua zona, che agisce in funzione di un’idea di equità aderente al suo habitat e che spesso sopperisce alle mancanze del neonato Stato Italiano. Il Guappo di quartiere non è un plebeo, come lo sarà la maggior parte dei camorristi: egli appartiene alla piccola borghesia, può essere sensale o commerciante e non è MAI un ignorante. Benchè frequentatore abituale delle carceri, egli racchiude in se’ quelle qualità che lo aiuteranno ad acquisire nel tempo una sorta di saggezza e di cultura della vita, tale da porlo automaticamente in una condizione di dominio nei confronti degli altri. E’ astuto, coraggioso, leale: ha stima del nemico, mantiene la parola data, non mente e soprattutto non ammazza donne e bambini. Strizza l’occhio alla camorra poichè essa domina il suo ambiente ma non si associa ad essa e mantiene la propria autonomia per tutto il tempo che rimarrà in vita; odia le Autorità, che considera ” false e corrotte “, disdegna la politica , protegge i deboli e gli oppressi, adora le donne ed esibisce con orgoglio la ricchezza accumulata nel tempo, che diviene a sua volta simbolo di potere. Con tutto ciò è crudele, sanguinario e assassino; impone il pizzo ad ogni esercente, controlla direttamente i contadini ed esercita la giustizia assoluta con pugno di ferro. In gioventù si è fatto strada in scontri ” aperti ” e ” pubblici “, armato di coltello e solo in seguito di pistole: ammazza senza ripensamenti per sgombrare il campo da rivali e potenziali nemici, e lo fa in prima persona , senza mai ricorrere a sicari o inganni. Per questo , raggiunto e consolidato il suo potere, diviene ” uomo di rispetto “, amato e temuto dalla gente del suo quartiere che a lui si rivolge per sedare liti, impetrare grazie e ottenere giustizia.


Ecco una scena significativa del famoso film ” I Guappi ” di Pasquale Squitieri che vi invito a guardare per intero. UN film ben fatto che rende l’idea.

Invecchiando Il Guappo fa sempre meno ricorso alle armi, poichè gli basta una parola, uno sguardo allusivo o magari un ” paraustiello “,( una specie di parabola infantile infarcita di proverbi tali da nascondere velate minacce) per farsi rispettare. Intriso di Napoletanità è l’idolo di letterati e poeti, che lo descrivono con ammirazione e malcelata invidia. E’ il caso del grande Poeta Ferdinando Russo che nel 1892, alla vigilia della morte dell’ultimo Guappo di Napoli ” Ciccio Cappuccio “, scrive per lui una poesia che rimarrà scolpita negli annali dell’epoca. E’ un’ode straziante e ammirata che vale la pena di farvi conoscere.

«Da ‘o Mercatiello a ‘o Bbùvero,
da Porto a lu Pennino
è corza ‘a voce subbeto:
«È mmuorto ‘o Signurino! »
Ciccio Cappuccio, ‘o princepo
d’ ‘e guappe ammartenate,
ha nchiuse ll’uocchie d’ ‘aquela,
e sule nce ha lassate!

Scugnizze, cape–puopole,
picciotte e contaiuole,
chiagnite a ttante ‘e lacreme!
‘Ite perdute ‘o Sole!
Currite, belli femmene,
sciugliteve ‘e capille,
purtateve all’asequie
‘e figlie piccirille!

Chi ve po’ cchiù difendere?
Senz’isso che ffacite?
A chi jate a ricorrere
Si quacche tuorto avite?
Isso, sul’issso, era àbbele
A fa scuntà sti storte…
Mo’ che po’ cchiù resistere?
Ciccio Cappuccio è mmuorte!
Russo, nquartato, giovane,
pareva justo urlando
quann’ ‘o verive scennere
mmiezo San Ferdinando!
V’allicurdate ‘o sciopero?
Pare successo ajere!
Sull’isso dette ll’ordene,
e ascetteno ‘e cucchiere!

Aria 'e Napule

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E quanno dint’ ‘e carcere
P’ ‘o fatto d’ ‘e turniste
Isso avette che ddìcere
Cu ‘e guappe calavrise!
–Tirate mano! Armateve!
Tenite core mpietto?
E n’abbattette dudece,
cu ‘e tavole d’ ‘o lieto!

Currite! Mo’ s’ ‘o portano!
Menatele ‘e cunfiette!
Sceppateve! Stracciateve
‘e core ‘a dinto ‘e piette!
Uommene nun n nasceno,
comm’a Cappuccio, ancora!
Ll’aute sò buone a schiovere,
isso vucava fora!

Va! Jateve a fa muonece,
guappe quante nne site!
Cu Ciccio è muorto ‘o ggenio
d’ ‘e palatine ardite!
Picciuotte e cape-puopolo,
scugnizze e cuntaiuole,
chiagnite a tanto ‘e lacreme,
ite perduto ‘o Sole!»

Marmo, la camorra dell'800

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Dall’area del mercato al borgo,
dalla zona del Porto a quella del Pennino
e’ corsa rapida la voce
” E’ morto il Signorino” !
Ciccio Cappuccio, il Principe
dei Guappi
ha chiuso gli occhi d’aquila
e soli ci ha lasciati!

Scugnizzi, capi-rioni,
picciotti e notabili,
piangete tutte le vostre lacrime:
avete perso il sole!
Correte donne belle,
scioglietevi i capelli
e portate al funerale pure
i vostri figli piccoli.

Chi vi difenderà più?
Senza lui che farete?
A chi ricorrerete se subirete
ingiustizie?
LUi, solo lui, era capace
di punire i malvagi.
Adesso chi sarà in grado di farlo?
Rosso, virile. giovane,
sembrava il bell’Orlando
quando scendeva per San Ferdinando.
Vi ricordate il fatto dello sciopero?
Sembra sia successo ieri:
a lui bastò dire una parola
e i cocchieri ripresero il lavoro.

E quando in galera, per il fatto del pizzo dell’olio,
egli lottò con i Guappi Calabresi?
Disse : ” Pigliate il coltello, armatevi!
Sfoderate il coraggio ! ”
E ne uccise dodici da solo
usando le tavole del letto!

Correte, che ora lo portano via!
Tirategli i confetti,
stracciatevi le vesti, strappatevi
il cuore dal petto!
Non sono ancora nati uomini
come Ciccio Cappuccio!
Gli altri sono buoni a far spiovere
ma lui remava fuori!

Andate a farvi monaci
voi che vi proclamate guappi!
Con Ciccio è morto il tempo
dei coraggiosi Paladini.
Scugnizzi e capi rioni,
picciotti e notabili
piangete tutte le vostre lacrime:
avete perso il sole!

Ciccio Cappuccio

Non si hanno immagini di Ciccio Cappuccio ma questo è un bozzetto preso da un dagherrotipo poi andato perduto che ritrae un giovanissimo Ciccio Cappuccio. Costui a Napoli, soprattutto in vecchiaia, era venerato come un Santo: Si dice che il giorno dopo la sua morte, celebrata con imponenti funerali pagati dall’intera città di Napoli, si vendessero boccette con il suo sangue e perfino delle arterie, che i becchini avevano debitamente prelevato come una reliquia. Alcuni riuscirono ad aggiudicarsele a cifre favolose e sembra che ogni tanto le esponessero al popolo, così come si fa ancora adesso per il sangue di San Gennaro. seconda guerra mondiale le seppellì poi sotto le macerie.

Per darvi l’idea dell’eco della morte di questo personaggio, considerato dai più come l’Ultimo Grande Guappo di Napoli, cito anche l’articolo integrale del Mattino di Napoli che, in prima pagina, dà risalto all’avvenimento:

CRONACA – 6 dicembre 1892
La notizia della sua morte ha messo, veramente, la costernazione in quanti son napoletani che ricordano i fasti della camorre di un tempo, i tipi più temuti e più fieri di questi eroi del marciapiede che dànno ancora, con la semplice loro presenza, entusiasmi così vergini e così impetuosi ai piccoli palatini ed agli aspiranti alla mala vita. Ciccio Cappuccio, che da parecchi anni aveva completamente abbandonate le comitive facinorose, che viveva lontano da tutti i suoi compagni ed ammiratori d’una volta, era pur sempre rispettato e temuto, e conservava intatto il suo fatale prestigio di capo-camorrista e di persona sprezzante di ogni genere di pericolo. Simpaticissimo, pieno di forme, rispettoso, ossequente, egli s’ingegnava d’attenuare l’espressione fiera del suo occhio grigio, con la dolcezza e la mansuetudine dell’uomo che si sente forte e fermamente convinto che nulla al mondo potrebbe opporsi alla sua volontà.
E appunto questa fierezza e questa mansuetudine erano, dirò così, la sua posa. Bastava solo una sguardo, talvolta, per sedare una lite, per far tacere un malcontento, per impartir un ordine. Egli solo, quando i cocchieri scioperarono, bastò a farli addivinire a più miti consigli. Lo aveva promesso alle autorità, e si presentò il giorno appresso nelle stalle, quando ancora gli animi erano esacerbati e vibranti d’ira. -Guagliù, mettite sotto, e ascite. E queste parole, pronunziate piano, freddamente, a voce bassa, con accento persuasivo, bastarono.
Napoli riebbe nuovamente le carrozzelle; circa seicento di esse uscirono a ffatic, quella mattina; lo sciopero finì.
Bisognava sentir parlare di lui e dei fatti che contribuirono a dargli tutta l’aureola e il prestigio di cui sempre ha goduto. –Signò, faceva cose belle! Era ‘o rre ‘e Napole! Appena compareva, tutte zitte! Mi diceva un cocchiere, parlando di lui con le lacrime agli occhi. –Ha fatto cose, verite, ca manco chelle ca stanno scritte dint’ ‘e storie! ‘E teneva core, ma ne teneva assaie!
Come tutti i popolani agiati, egli si recava con la sua donna alle festività più pompose; a Piedigrotta, a Montevergine, alla festa di Nola, alla Madonna dell’Arco. La folla si fermava per aspettarlo al passaggio e festeggiarlo; ed egli si lasciava ammirare, e attraversava la via, guidando i cavalli cammenature, distribuendo sorrisi a destra e a sinistra con la sua aria bonacciona. Tutti gli altri guidatori d’ ‘o lignammo gli facevano largo e gli aprivano le fila lasciandogli sempre libera e comoda la parte destra della strada. E a Nola, -mi raccontavano- e dovunque, bastava che uno del suo seguito si facesse al balcone, (mentre nella piazza illuminata echeggiavano i canti e scoppiavano le bombe-carte), e accennasse, colla mano, chinandovi su la testa, che Ciccio Cappuccio voleva dormire. I canti rimanevano a mezzo, tacevano i venditori, si sospendevano i suoni e ‘o ffuoco e la festa finiva.
Sbaglia però che crede che egli fosse un sanguinario o un delinquente nato: di carattere impetuoso e di ardito animo, fin da ragazzo, non si lasciò mai sopraffare da alcuno: gli avevano inculcata la religione d’ ‘o rispetto : l’ommo ha da essere ommo!
Ed egli lo dimostrò sempre, servendosi di tutti i mezzi che credeva buoni. Il napoletano è impressionabile ed entusiasta: ‘a guapparia, l’atto di coraggio lo incantano e lo esaltano: e quando Ciccio Cappuccio fu mandato a domicilio coatto, tutti i suoi seguaci ed ammiratori lo accompagnarono, nelle barche, rendendogli onori, come a un re; e quando, prima di questo fatto, giovanotto ancora, egli fu condannato a sette anni di esilio per aver tagliata la faccia al Direttore del lanificio Sava che ebbe il torto di trattarlo come un ragazzo, Signò – continuò l’entusiasta suo amico che mi ha dato qualche cenno sulla vita di lui –facette nu furore, ca ll’avarriano miso ncopp’ a nu tusello!…
Ma quello che contribuì ad aumentargli il prestigio di uomo coraggiosissimo, fu il combattimento, -proprio il combattimento-, nelle carceri, contro dodici camorristi calabresi. Egli solo, inerme, non volle sopportare le imposizioni di quei compagni che il caso gli aveva dato: si ribellò alle loro pretensioni, e quando, meravigliati, i calabresi gli chiesero chi fosse, ei rispose, fiero, afferrando una tavola del letto:
-So Ciccio Cappuccio!
E li atterrò tutti e dodici.
L’episodio che chiuse il periodo d’azione di Ciccio Cappuccio, d’ ‘o signorino, come i camorristi con gran rispetto lo chiamavano, fu quello con tal Manlio Novi, detto Amalio ‘e Nola , che lo aggredì, nella nota bottega di crusca e carrube a piazza S. Ferdinando, per affari di donna: il proiettile sfiorò i capelli al Signorino .
Da allora Ciccio Cappuccio dette un addio alla vita avventurosa, e visse, tranquillo, nella leggenda, se così si può dire: temuto e rispettato sempre, egli non fece più parlare di sé; anzi era additato dalle autorità come un esempio agl’irrequieti.
Lo adoravano, e la sua morte, una morte quasi improvvisa, ha fatto ai popolani di Napoli una profonda impressione.
Per oggi alle 10, gli si preparano splendide esequie offerte interamente dal popolo Napoletano.

camorristi a Napoli, 1800

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” Le origini della camorra”

Questa è la figura del guappo che, ciclicamente, torna nella storia e nella letteratura Napoletana del ‘900. E’ quella descritta nelle novelle e nelle canzoni di Salvatore di Giacomo, nelle primissime sceneggiate Napoletane, dalla penna arguta di Raffaele Viviani e poi via via fino ai giorni nostri, con un grande Eduardo De Filippo che addirittura ne fa il protagonista di una delle più sentite e realistiche delle sue commedie, “ IL Sindaco d Rione Sanità”. Ma la troviamo ancora nei film di De Sica, con Totò e a finire con Mario Merola , ultimo grande interprete del personaggio leggendario. Guappo quindi, e MAI camorrista. La differenza può sembrare sottile ma non lo è affatto. L’artista della “ Guapparia “ non si mischia mai con le metodologie e i principi di una “ Onorata Società “ che, già al finire del 1900, di onorato non aveva più nulla.
La figura del guappo, infatti, finisce lì dove inizia quella del camorrista di fine secolo, nato e cresciuto in pasto alla politica di cui ha assorbito i “ mali costumi “; un processo veloce e inesorabile che fa capo alla famosa Unità d’Italia quando Carlo Alberto, per debellare i Borboni e la Monarchia , si macchia di eccidi legalizzati e con l’aiuto della “ feccia di Napoli “ istituisce il primo corpo di Polizia a capo del quale metterà il famigerato Liborio Romano.

Liborio Romano

C’è chi ne parla bene, chi ne parla male. Liborio Romano resta ancora oggi un personaggio ambiguo che qualcuno giudica un grande stratega altri un perfido doppiogiochista. Comunque sia la legalizzazione della camorra Napoletana, che andrà a costituire il primo corpo di Polizia Italiana, è opera sua.
La ” Guardia Cittadina ” fu prima utilizzata per favrire l’entrata di Garibaldi a Napoli, poi per schiacciare il brigantaggio. I Savoia cercarono in seguito di eliminare la piaga della camorra, introdotta da loro stessi alla politica, senza riuscirci.

Costui era un personaggio ambiguo che , mentre ricopriva la carica di Consigliere alla Corte di Francesco II Re di Napoli ( il cosiddetto Franceschiello) , tramava alle sue spalle appoggiando in gran segreto i Savoia e l’Unità d’Italia. Nel frattempo si manteneva in taciti rapporti col buon Garibaldi, lasciandosi una strada aperta qualora Carlo Alberto avesse fallito. Alla fine favorì quest’ultimo che, grazie alle manovre di Cavour, aveva saputo giocare bene le sue poche carte: l’idea era di invadere il sud Italia , da sempre fautore della Monarchia, ma per farlo era necessario utilizzare forze interne che ne minassero dal di dentro la resistenza.
Liborio Romano assoldò quindi la camorra.
Parliamoci chiaro: la Camorra era straconosciuta nel Regno di Napoli, che la considerava “ parte integrante della società “. Agiva lì dove il potere e gli interessi della Monarchia si fermavano, vuoi per indolenza vuoi per difficoltà ambientali. La “ suggità “, come veniva chiamata a Napoli, era un antico retaggio di origine feudale , quando Vassalli e Valvassori mandavano gruppi armati nelle campagne per attingere al “ dazio “, l’antenato del moderno “ pizzo “. La plebe, cioè, che abitava e lavorava le terre del Signorotto locale doveva pagare annualmente un’imposta, sotto forma di denaro o di derrate alimentari. In tempi di guerra, cioè quasi sempre, i contadini erano anche obbligati a prestare servizio militare per il Feudatario oppure, in tempi di pace, a lavorare gratuitamente per opere di bonifica o edilizie. Ciò gli concedeva il diritto di permanenza su quelle terre e a essere difeso ( almeno sulla carta) da eventuali razzie o invasioni esterne. In casi speciali il Signorotto dirimeva liti e amministrava la Giustizia: a lui la plebe si rivolgeva per questioni private che non avevano alcuna speranza di arrivare alle orecchie del Re.
Nei secoli questo tipo di rapporto di “ sudditanza “ si sarebbe poi spezzettato in tanti piccoli poteri e istituzioni locali che facevano capo ad altrettanti amministratori. La metodologia però rimase invariata: una figura centrale con un piccolo esercito di discepoli armati al seguito, che facevano il bello e il brutto tempo nei territori sotto il proprio dominio. Le campagne furono quindi spezzettate in tanti piccoli regni indipendenti ognuno dei quali in collegamento con tutti gli altri; tanti piccoli capi con privilegi indipendenti ma sempre in lizza per la supremazia a scapito della plebe. Vigeva la legge del più forte, che in genere era quello più crudele e con meno scrupoli, capace anche di sputare sui patti territoriali stipulati coi colleghi camorristi cinque minuti prima.

Salvatore De Crescenzo, 1860

Ecco un disegno originale del 1862 che mostra Salvatore De Crescenzo all’alba della costituzione della Guardia Civile. Sanguinario, crudele, De Crescenzo fu l’iniziatore della nuova camorra, quella che in pochi anni si congiunse alla politica e perse del tutto il codice d’onore. Costui iniziò la sua carriera come assassino e fu responsabile dl famoso assassinio in prigione di Antonio Lubrano. Tuttavia fu chiamato da Liborio Romano, per espresso ordine di Carlo Alberto, come capo del primo corpo di polizia Italiano che egli riempì di camorristi suoi seguaci, scelti tra quelli con meno scrupoli-

Ne va da sé che questo tipo di organizzazione si dirigeva particolarmente alle campagne, soprattutto in una civiltà contadina come quella del sud. Il camorrista tipo, quindi, è inevitabilmente agreste, zotico,sanguinario e ignorante, abituato a far lavorare le armi piuttosto che il cervello. Tutti i Poteri e tutte le Monarchie che si sono susseguite in Italia, dal 1400 in poi, erano a conoscenza della presenza della camorra e l’hanno sempre tollerata, in quanto priva di connotazione politica.. Naturalmente anche i Borboni lo sapevano e lasciavano fare.. almeno fino a quando, nel 1848, la Camorra dimostrò di voler appoggiare il Potere Liberale. Solo allora fu combattuta, inevitabilmente, poiché poteva minare le fondamenta della Monarchia .
E’ quindi un controsenso storico che Carlo Alberto abbia utilizzato proprio la camorra per la famosa “ Unità Italiana “: ma ciò la dice lunga sull’eticità del Sovrano e sulle sue reali mire nei riguardi del Sud Italia.
Liborio Romano non era uno stupido: avvocato, impegnato politicamente nel periodo del Risorgimento , era colto e abbiente. Sapeva bene a chi si stava rivolgendo. Eppure, alla sollecitazione di Carlo Alberto, prese immediati e pericolosi contatti con ‘Tore De Crescenzo,
un famigerato criminale del luogo che da quel momento assurse agli allori come “ il primo Grande Camorrista d’Italia”. Il suo esordio era avvenuto nel febbraio del 1849 con tre assassinii nello stesso giorno, porto d’armi non autorizzato, resistenza alla forza pubblica e ferite gravi ad un Caporale di Marina, tale Bornei. Era una testa calda che si era fatto arrestare di proposito per acquisire “ valore e potenza “ agli occhi dei confratelli camorristi. Infatti la sua fama lo precede in prigione, dove stabilisce il suo regno di sangue ferendo a morte un altro camorrista, Luigi Salvatori, che non voleva piegarsi al suo dominio. Liberato nel 1855 diventa di fatto il boss di Napoli, con fatti di sangue raccapriccianti. Ricatturato viene confinato a Castel Capuano ma qui il suo clan va avanti con minacce sfrontate a giudici e secondini. Viene quindi trasferito in Molise ma nel frattempo gli orientamenti politici iniziano a proteggere la camorra e quindi viene scarcerato. Dopo aver sgozzato e orrendamente mutilato un tal De Mata viene incarcerato per altri 6 (!) mesi…e qui lo pesca il caro Don Liborio che non solo lo fa scarcerare ma addirittura lo mette a capo del primo corpo di Polizia , chiamato Guardia Cittadina, che verrà “ riempito “ con tutti i suoi peggiori discepoli. Il Santo Patrono della Polizia Italiana quindi,nonché iniziatore della schiatta , era camorrista e della peggiore risma. Questo momento segnerà la definitiva ingerenza della camorra nella vita politica dello Stato e, di conseguenza, la fine della figura storica del Guappo cittadino.

briganti uccisi Benevento 1861

La Guardia cittadina fu spesso utilizzata per combattere il Brigantaggio, fenomeno esploso nelle campagne del sud Italia e particolarmente nel Napoletano in seguito all’Unità d’Italia. I Savoia, infatti, avevano requisito tutte le terre e i latifondi dei contadini ed espropriato centinaia di piccoli proprietari per inglobare tali beni nel patrimonio Italiano, che il più delle volte finiva al nord. I contadini quindi, ridotti alla fame, si videro costretti a combattere contro l’esercito regio e la spogliazione delle proprie ricchezze. Il movimento Filo-Borbonico, la Francia e il Papa appoggiarono il brigantaggio in quanto contrari al movimento Liberale. I Savoia quindi organizzarono massacri a tappeto contro i dissidenti, mettendo a ferro e fuoco le campagne e bruciando interi paesi a scopo dimostrativo. E’ questo il caso dell’eccidio di Pontelandolfo e di Casaduni ad opera delle milizie di Vittorio Emanuele II, che con l’aiuto della Guardia Cittadina Napoletana e il comando del Generale Cialdini rase al suolo i paesi per punirli dell’uccisione di 40 soldati della regia milizia ad opera di briganti. Eccone una foto che mostra, con macabra spietatezza, il modo in cui i tre furono fatti fuori. La stampa Regia adorava mostrare i cadaveri mutilati dei briganti, che spesso venivano raffigurati con le loro armi ma orrendamente trucidati, sotto lo sguardo beffardo delle Guardie.

Da sempre incompresa la figura del Guappo spesso è stata oggetto di parodie che non le rendevano giustizia. La
“ macchietta “, cioè la forzatura teatrale di un personaggio di cui si alterano buffamente i tratti essenziali, lo ritrae a mò di gallo da cortile, con la cresta alzata e la camminata a gambe larghe. IN realtà l’andatura del guappo non era improvvisata ma frutto di attenti studi sociali atti a destare nella plebe una istintiva reverenza e timore. Non dimentichiamo che il vero guappo è culturalmente elevato, appartenente ad un ceto di rilievo in cui la sapienza non costituisce conseguenza di un vissuto bensì il risultato di lunghi anni di studi,spesso filosofico-letterari. La sua entrata non è spettacolare ma carismatica: incede a passi piccoli e lenti, buttando un occhio di qua e uno di là ma con grazia misurata e mai con atteggiamento furtivo. Davanti al nemico è freddo e compassato, la sua arma è l’autorevolezza con cui misura chi ha davanti; non alza mai la voce ma ogni sua parola appare come un ordine. Se qualcuno lo provoca non risponde alla provocazione guardando diretto verso l’interlocutore ma si gira lentamente a tre quarti ( in gergo “ si quartea “ ) a guisa di uno schermitore prima del fendente. I suoi movimenti sono studiati, calibrati e quasi lenti; eppure basta un guizzo perchè appaia tra le mani un coltello che il guappo maneggia con perizia.
A ciò egli aggiunge dei segni distintivi nell’abbigliamento: usa la “ sciammeria “ ,una lunga giacca verde o di panno sgargiante come fanno gli “ zerbinotti “, cioè i damerini, ma senza nulla di effeminato. Ostenta la sua appartenenza ad un ceto ricco con il cappello, con il
“ cipollotto d’oro “ che occhieggia dal gilè a righe, con i guanti e soprattutto con la cravatta a fiocco. Immancabile l’anello d’oro che i sudditi fedeli baciano inchinandosi davanti a lui, quasi fosse un ministro religioso. Egli infatti riassume in sé la giustizia terrena e quella celeste, in quanto dispensatore di vita a chi gli è fedele e di morte ai suoi nemici. E’ insomma un dio in terra per cui la plebe prova amore e timore.

Signore del 1890 in una foto di Giorgio Sommer

Ecco un tipico Signore Napoletano del 1892 circondato dai pulitori di scarpe, che nel secondo dopoguerra furono appellati dagli Americani “sciuscià”. La foto è di Giorgio Sommer, che ritrasse gran parte del sud Italia del tempo.


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Altro segno distintivo della potenza del guappo è la donna. Ella è l’espressione visibile della sua potenza come maschio e come uomo, indice di un “ virilismo “ che nell’Italia di fine ‘800 anticiperà il maschilismo ideologico e patriarcale del fascismo.
La donna del Guappo non è una donna qualunque; è forte e volitiva, sottomessa con il suo uomo ma in grado di reggerne gli sguardi, seduttiva come un animale in quanto sempre donna del popolo. Ignorante ma furba usa la sua femminilità al servizio del maschio di cui è succube volontaria, eppure istintivamente conscia della sua potenza sessuale nei confronti di questi. La donna del guappo si fa picchiare, si fa punire, a volte si fa anche ammazzare poiché è accecata dalla virilità del suo amante- signore che la eleva al rango di regina del quartiere e la vizia con i suoi lussi, eppure la fa soffrire perchè non si adagi nel suo ruolo. E’ gelosa, possessiva, in grado di cavare gli occhi al suo amante e anche di ucciderlo per passione: eppure è spesso traditrice, adultera e bugiarda. Se scoperta in fallo non mente ma punta da sola il coltello dell’amante sul proprio petto, e si fa uccidere guardandolo fisso come a punirlo dei suoi immancabili tradimenti.
Il guappo infatti tradisce: e anche lui lo fa platealmente, alla luce del sole, per evitare il pericolo di innamorarsi di un’unica donna. L’amore per la malavita, infatti, è perdizione, debolezza e il guappo che perde la testa per una femmina perde davanti ai suoi, immancabilmente, anche la sua autorità. Cresciuto in un ambiente per cui la donna è oggetto di piacere e di possesso egli volutamente la picchia, la violenta, la tratta male; ma nel contempo ne è prigioniero e non può mai farne a meno. Nega a se stesso la forza dell’amore: e quando, raramente, si accorge di essere vinto comprende in realtà di essere morto. Poichè la donna, quando si stabilisce nella testa, ti succhia l’anima e la vita, e l’uomo non cerca altri che lei.

La donna del Guappo è forte, volitiva e sempre di estrazione popolare. E' formosa se non grassa, scaltra, capace di ammaliare ma anche di dominare il maschio. E' la regina del quartiere e a lei si rivolge chi non riesce ad arrivare al Guappo per impetrare grazie. Così , se il Guappo è come Gesù in terra, la sua donna è paragonabile alla Santa Vergine.

La donna del Guappo è forte, volitiva e sempre di estrazione popolare. E’ formosa se non grassa, scaltra, capace di ammaliare ma anche di dominare il maschio. E’ la regina del quartiere e a lei si rivolge chi non riesce ad arrivare al Guappo per impetrare grazie. Così , se il Guappo è come Gesù in terra, la sua donna è paragonabile alla Santa Vergine.

E’ questo quindi il senso della canzone di Libero Bovio
“ Guapparia, con cui abbiamo aperto questo articolo. Il Guappo innamorato che ,vergognandosi di se stesso e del suo amore, sfoga la rabbia sulla sua amante, per la quale è costretto ad abbandonare la posizione dominante nella malavita. Chi infatti potrà mai più confidare nella forza maschia di un “ insegui-gonnelle? “ Abdicando al suo ruolo il protagonista di Guapparia depone la sua vita e il suo cuore ai piedi di Margherita, “ la più bella del quartiere “, in un fatale e definitivo atto di omaggio a cui fanno da controcanto gli scagnozzi “ che piangono “ perchè perdono per sempre il loro Dio-Padrone.

Ecco il testo:

Scetáteve, guagliune ‘e malavita..

ca è ‘ntussecosa assaje ‘sta serenata: 
Io sóngo ‘o ‘nnammurato ‘e Margarita 
Ch’è ‘a femmena cchiù bella d”a ‘Nfrascata! 

Ll’aggio purtato ‘o capo cuncertino, 
p”o sfizio ‘e mme fá sèntere ‘e cantá… 
Mm’aggio bevuto nu bicchiere ‘e vino 
pecché, stanotte, ‘a voglio ‘ntussecá… 

Scetáteve guagliune ‘e malavita!… 

E’ accumparuta ‘a luna a ll’intrasatto, 
pe’ lle dá ‘o sfizio ‘e mme vedé distrutto… 
Pe’ chello che ‘sta fémmena mm’ha fatto, 
vurría ch”a luna se vestesse ‘e lutto!… 

Quanno se ne venette â parta mia, 
ero ‘o cchiù guappo ‘e vascio â Sanitá… 
Mo, ch’aggio perzo tutt”a guapparía, 
cacciatemmenne ‘a dint”a suggitá!… 

Scetáteve guagliune ‘e malavita!… 

Sunate, giuvinò’, vuttàte ‘e mmane, 
nun v’abbelite, ca stó’ buono ‘e voce! 
I’ mme fido ‘e cantá fino a dimane… 
e metto ‘ncroce a chi…mm’ha miso ‘ncroce… 

Pecché nun va cchiù a tiempo ‘o mandulino? 
Pecché ‘a chitarra nun se fa sentí? 
Ma comme? chiagne tutt”o cuncertino, 
addó’ ch’avess”a chiagnere sul’i’… 

Chiágnono sti guagliune ‘e malavita!…

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.

Canzone da Guappo

Svegliatevi ragazzi di malavita,
perchè questa è una serenata di dolore!
Io sono innamorato di Margherita,
la donna più bella del quartiere.

Le ho portato questo bel concertino
perchè si diverta a vedermi cantare,
ho bevuto un bicchiere di vino
perchè questa sera voglio farla soffrire..
Svegliatevi, ragazzi di malavita!

Anche la luna è uscita dalle nuvole
per darle la soddisfazione di vedermi ormai ai piedi suoi!
Per tutto quello che mi ha fatto questa donna, invece,
la luna dovrebbe vestirsi a lutto!

Quando ci conoscemmo
io ero il guappo più rispettato di Rione Sanità;
adesso che per lei ho perso tutta la mia spavalderia
cacciatemi pure dalla Società!
Svegliatevi, ragazzi di malavita!

Suonate, ragazzi, forza!
Non vi preoccupate per me, la voce non mi manca!
Sono in grado di cantare fino a domani
per mettere in croce chi mi ha fatto così tanto del male!

Perchè il mandolino nn va più a tempo?
Perchè la chitarra suona così piano?
Ma come? Qui piangono tutti insieme a me
mentre dovrei piangere io solo!
Guarda come piangono, questi ragazzi di malavita!

Il significato della canzone è evidente e l’intera scena viene disegnata con tratti sapienti, che ci mostrano un’accorata partecipazione da parte di Bovio che, come tutti gli artisti del tempo, nutre una malcelata invidia e ammirazione nei confronti del personaggio mitico del guappo.

Intanto il tempo della “ Guapparia “ è terminato: l’Italia sta cambiando, Napoli è in preda ad una profonda mutazione che le vomiterà addosso il terrore del caos. La povertà, l’analfabetismo,la fame e l’emigrazione, diretta conseguenza di un accorpamento che la spogliò delle sue ricchezze e della sua storia, sono ormai alle porte. Da lì a poco Napoli vivrà una parabola discendente da cui non si riprenderà mai più, fagocitata da una camorra imbastardita che ha perso il senso della vita e dell’onore.
L’ultimo Guappo di Napoli , Teofilo Sperino, fu ammazzato per strada nel 1896 dal figlio di
Forgione, un impresario di pompe funebri vittima dei soprusi del boss. Il tale che lo ammazzò non era un malavitoso ma un rispettabilissimo incensurato sul quale evidentemente la figura del guappo non faceva più presa. Con la morte di Sperino finì un’epoca e Napoli voltò pagina.
Si rassegnò alla camorra , piegandosi infine alla malapolitica….

Godiamoci infine queste belle immagini della Napoli che non c’è più, con un filo di curiosità e tanta amarezza…

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