Io te voglio bene assaje e la Festa di Piedigrotta

Festa di Piedigrotta, 1600

Può una canzone entrare talmente nelle orecchie della gente da costringere qualcuno a scappare via dalla propria città?
A quanto pare si, se è vero ciò che si narra di una delle più famose canzoni della Napoli antica, ” Io te voglio bene assaje “, considerata universalmente come il primo brano “moderno ” della tradizione classica napoletana.
Andò così: nel 1839 fervevano i preparativi per la consueta Festa di Piedigrotta , una delle cerimonie orgiastiche di rito pagano più famose della città. Chi non è di Napoli non può comprendere quanto, almeno fino a quando io ero bambina, fosse importante questo evento, che rappresentava un momento di aggregazione popolare fondamentale e indimenticabile.
Si tratta di una cerimonia antichissima, molto simile ai famosi ” Baccanali ” Romani.. ma con la festa di Piedigrotta forse si va ancora più avanti nel tempo. Era un vero e proprio rito di fecondazione, in onore probabilmente alla Dea Cerere e poi sostituito , per volere della Chiesa, dall’immagine della Madonna.

In tempi ancora più antichi la festa santificava il Dio Priapo, divinità pre-romana continuamente…eccitata, tanto che la si raffigurava con un enorme pene in erezione costante. Nella realtà era incarnato da un baldo sacerdote il quale,rintanato in una grotta ( in seguito indicata come La Grotta di Pozzuoli ) ” accoglieva “le donne che non riuscivano ad avere figli e che venivano accompagnate da una bolgia infernale di sacerdoti, volgo, ballerine e musici che le portavano in processione a piedi al cospetto del Dio . Esse entravano nella grotta e, insieme al sacerdote, “pregavano Priapo” per ben tre giorni e tre notti, mentre fuori l’orgia promiscua infuriava. In definitiva erano tre giorni interi di accoppiamenti selvaggi conditi da vino e danze senza distinzione tra vergini donne adulte e sacerdoti, in cui evidentemente il Dio Priapo si manifestava, eccome!, visto l’ingente numero di nascituri nella primavera dell’anno dopo.

dio Priapo

Ecco una delle rappresentazioni più famose del Dio Priapo, risalente al I sec. d.C. Si dice che Era, la moglie di Zeus, gelosa dei rapporti adulterini del marito con dee e mortali, abbia conferito al dio questo aspetto grottesco e tale da..non raggiungere mai completa soddisfazione. In realtà questa condizione, che in epoca moderna è considerata quasi invalidante e patologica, in tempi antichi era decisamente interessante. Il priapismo, infatti, cioè il pene in erezione costante , è sempre stato oggetto di culti e rituali di fecondazione, non solo nell’antica Grecia ma un po’ in tutto il mondo. Si dice che addirittura in Africa alcuni popoli si facciano pungere in loco da alcune api al fine di raggiungere artificialmente tale condizione e dare sfogo interamente alla propria sessualità. Chi è affetto da tale condizione può avere rapporti continui senza mai perdere… l’interesse ed è in grado, più degli altri, di fecondare. Peccato che i benefici effetti durino poco in quanto la continua scarica ormonale conseguente alla erezione senza sosta faccia..invecchiare prematuramente il prezioso strumento che quindi, dopo pochi anni, perde parzialmente o totalmente questa magica virtù e.. si affloscia per sempre.

Come tutti i riti pagani anche quello di Piedigrotta originariamente accompagnava le stagioni, probabilmente era un addio al sole che iniziava la sua parabola discendente verso l’inverno. Nel I secolo d.C.con l’influenza della Chiesa si iniziò a sostituire il rito dello scandaloso Dio con l’immagine più rassicurante di Cerere, una prosperosa Dea che simboleggiava le Messi, la cui figlia Proserpina era stata rapita da Plutone, dio degli Inferi. Il mito racconta della disperazione della Dea che addirittura scenderà fino al centro della terra per riprendersi la figlia amata e che infine costringerà Giove in persona ad occuparsi dell’amaro caso. Per scuotere il riottoso Giove la dea decise di ridurre la terra, da lei protetta, al gelo e alla carestia non permettendole più di fruttificare. Così anche gli uomini, che stavano morendo di fame, implorarono Giove affinchè restituisse Proserpina a Cerere. . Alla fine il padre degli dei, per non scontentare Plutone, che in fondo era suo fratello, ma non perdere la faccia davanti al mondo per questo ratto non autorizzato riuscirà a salvare capra e cavoli, permettendo a Proserpina di risalire in superficie per 6 mesi l’anno, ossia in primavera e in estate, mentre per gli altri 6 , cioè autunno e inverno,sarebbe rimasta col marito. Anche qui si tratta evidentemente di un rito legato alle stagioni, che si cercò di ” addomesticare ” invano. Cerere non fece molta presa sui Napoletani, che la vedevano troppo ” madre ” per permettergli di scatenarsi negli amplessi. Così il culto di Priapo andò avanti ad oltranza finchè, nel III secolo, complici anche le Crociate ,il culto di Maria Vergine si diffuse al punto di abbattere da solo il Dio satiro.

Cerere

Una statua Romana della dea Cerere. Il suo culto entrò prepotentemente in Italia dalla Grecia già dal III secolo d.C. ma si estese molto dopo anche a Napoli. l’antica Artemide, la dea che secondo la tradizione Greca aveva insegnato all’uomo l’arte dell’agricoltura sollevandolo quindi per sempre dalla fame, veniva celebrata insieme ad altri due molto popolari come Bacco dio del vino e Proserpina , figlia di Cerere, dea dell’oltretomba. Chiaramente i festeggiamenti erano orgiastici e si svolgevano in occasione della fine dell’estate, intorno al 7/10 settembre. L’abbinamento vita- morte non deve stupire, poichè era ricorrente nell’antica Grecia, in cui il binomio vita- morte si sposava spesso anche al più famoso amore- morte.
La triade Cerere Bacco Proserpina, per il suo attaccamento all’umanità, era considerata la ” triade plebea ” contrapposta a quella più snob Giove Giunone e Minerva, molto meno amata.
Cerere inoltre per prima incarnerà il
” mistero del pane “, un viatico fondamentale per accedere al regno dei morti e che ritroveremo in molte religioni antiche ma che assumerà valore universale nel Cristianesimo.

Non cessarono però tutte le altre manifestazioni del culto, vale a dire quelle più attraenti del cibo e del sesso, che perdurarono di nascosto fino al 1200 in tutta una fitta rete di grotte naturali sotto le viscere della città. D’altra parte, davanti ad un’immagine di una Madonna Vergine, i Napoletani si sentivano ben autorizzati a continuare quell’allegro rito orgiastico, che già in origine era dedicato alla fecondazione e alla gravidanza !
Ma la Chiesa aveva un asso nella manica: forte delle continue epidemie, in particolare di peste e colera, che decimavano Napoli, già nell’anno mille iniziarono a introdurre in punta di piedi l’immagine di un’altra madonna, quella di Odigitria, considerata dai più miracolosa. Il culto non fece presa subito ma portò un’innovazione fondamentale tra i Napoletani, poichè questa volta la bella signora aveva in braccio il ..Bambino Gesù. Il che rendeva un po’ difficile l’abbinamento Madonna- Sesso.

maria di ogiditria

Ecco una delle immagini più antiche di maria di Odigitria arrivate fino a noi.
Il culto della Madonna con Bambino fu una novità importata direttamente dalle Chiese Bizantine già nel 1100, ed è un retaggio delle Crociate in Terra Santa. Alcune leggende dicono che l’immagine sacra, oggetto di continue processioni, si incenerì poi il giorno prima della caduta di Costantinopoli ma che gli angeli l’abbiano fatta volare direttamente in Italia, per mantenerne il culto. Arrivata fresca fresca dal cielo, quindi, l’immagine della Madonna col Bambino divenne una colonna portante della religiosità cristiana universale.

Per abbattere definitivamente il coinvolgimento orgiastico del popolo, nella Grotta di Pozzuoli fu infine, nel 1207, eretta una cappelletta dedicata a Maria Vergine, perchè si dice che “proprio lì” sia apparsa ben tre volte a dei sacerdoti (!) che, guarda caso, su indicazione della Beata Vergine vi trovarono anche una miracolosa icona. Infine nel 1353 sotto la dominazione Aragonese vi fu costruita la Chiesa di Piedigrotta che, dedicata a Maria Vergine , pose fine ai festeggiamenti pagani.
Fu così che, a malincuore, i Napoletani tornarono alla triste e morigerata vita di castità. Ma non per molto.
Sappiamo per certo che nella seconda metà del 1400 Napoli era tornata in massa ai festeggiamenti di Piedigrotta che, seppur in sordina , rimanevano comunque ” feste liberatorie ” e dalla doppia faccia. Ce ne parla Giampietro Leostelli, annalista e astrologo che lavorava alla corte di Alfonso II d’Aragona. Costui era affascinato dallo spirito esoterico della città, che mostrava ” per ogni spigolo e per ogni porta ” forti simbolismi e richiami a civiltà perdute. Il futuro scrittore de ” Le Effemeridi “, colonna portante della moderna astrologia, si era accorto di un’usanza silenziosa e ripetitiva che si svolgeva ogni notte dell’8 settembre. ” Se la mattina dell’8 settembre i Napoletani sono tutti in chiesa dove, davanti al Vescovo assistono compatti alla celebrazione di Santa Maria della Grotta, e lì si comunicano e attendono come agnelli la benedizione sulle loro teste ” tuttavia ” quegli stessi la notte tra il 7 e l’8 settembre , armati di lumi e a folti gruppi mischiati di femmine e uomini , di cui il volgo e taluni di elevato ceto, si recano a piedi in quella che fu la crypta Neapolitana e lì indugiano in musiche e frenetiche danze che stimolino comportamenti lascivi e in cui a tarda notte l’ansimare dei corpi intrecciati fa da sfondo alle tavolate di cibo e vino “.

Crypta neapolitana

Ecco un’immagine della Crypta neapolitana.
Le leggende dicono che fu Virgilio a farla scaturire dalle viscere della terra in una ola notte e con l’ausilio dei demoni. IN realtà Virgilio era un Mago, cioè un antico alchimista, e probabilmente la grotta scaturì davvero dalle viscere della montagna…ma con l’ausilio di poveri esplosive in Cina già abbondantemente conosciute e alla portata di tutti gli Iniziati alchimisti.
Comunque sia la grotta è un miracolo di ingegneria antica: orientata seguendo gli equinozi permette che in quell’occasione il sole sia perfettamente allineato all’alba e al tramonto, permettendo alla grotta di essere costantemente illuminata. La pratica degli equinozi è un’altra delle pratiche antiche, legata alle stagioni, con forte significato esoterico.

crypta neapolitana
Insomma, Napoli era ricaduta nell’antico vizio e possiamo ben comprendere: in un’epoca in cui non c’era molto da stare allegri tra la peste, le continue guerre, le carestie e la povertà e a cui la chiesa aveva imposto continui digiuni e penitenze i Napoletani, com’era loro natura, si erano ritagliati un pezzettino di eternità con la benedizione del Padreterno. Piedigrotta quindi continuò e anzi, sotto la dominazione Borbonica, sembrò aver recuperato l’antico sfarzo.
Intendiamoci bene: i Borboni a Napoli non furono mai dolci di sale e tagliarono centinaia di teste tra rivoltosi e nobili per mantenere il loro dominio. Tuttavia non erano stupidi e sapevano che per tenere buono il popolo era necessario concedere ufficialmente qualche libertà. Per dirla con le parole del Borbone più famoso, Re Ferdinando il Nasone che era un vero ” Lazzarone ” , il segreto per mantenere il controllo sul popolo stava nelle tre F, e cioè Feste Farina e Forca. E probabilmente non sbagliava, visto che il suo regno durò più di 60 anni e che alla fine riuscì perfino a farsi amare dai Napoletani che lo definirono NON un Re Napoletano ma un Napoletano Re. Suo padre Carlo, il primo Re Borbone a Napoli, intuendo più o meno la stessa cosa , pensò bene di ufficializzare la Festa di Piedigrotta regalandole un’immagine patriottica e religiosa al tempo stesso: nel 1744 entra trionfalmente a Napoli dopo aver sconfitto gli Austriaci e ” regalando ” al Regno di Napoli e di Sicilia l’indipendenza. L’avvenimento storico viene quindi ” sigillato ” nelle baldorie di Piedigrotta, che diviene così una valvola di sfogo per i Napoletani ma anche un’occasione per i Borboni di stringerli intorno a se’ in una prima ” Nazione Napolitana “. La festa di Piedigrotta diviene a pieno titolo Festa Ufficiale di Napoli e i Borboni stessi non badano a spese; in un periodo in cui il mondo intero la notte se ne stava al buio Napoli divenne piena di luci, poichè Re Carlo invitò i Napoletani ad addobbare i propri balconi e le finestre con candele e torce per salutare il passaggio dei Carri e dei musici, e non ultima la statua della Vergine che apriva e chiudeva l’intera settimana di festeggiamenti. L’abitudine di rischiarare la notte, iniziata a Piedigrotta, fu quindi intelligentemente mantenuta, concedendo a Napoli il titolo di ” Prima Capitale del mondo ” ad averlo fatto… anche se Parigi ha sempre preteso per se’ tale titolo.

Processione nella crypta Neapolitana 1750

Con i Borboni la Festa di Piedigrotta raggiunse splendori poi insuperati. All’alba gli scugnizzi annunciavano la festa suonando delle piccole trombette chiamate volgarmente ” trummettelle”, di legno o di latta. Poi cominciavano le processioni dei carri allegorici, affidati alle congregazioni delle Arti e dei Mestieri, e infine le tavolate continuamente imbandite e alla portata di tutti. Tra processioni religiose, fuochi artificiali e gare a premi i Napoletani trascurarono le scene orgiastiche rinchiusi nella crypta Neapolitana, che divenne luogo di processione ufficiale e gestito direttamente dai Borboni. In tal modo Napoli e i Napoletani, pienamente soddisfatti, venivano mantenuti sotto controllo.
Qui un disegno del 1786 che mostra una processione ” guidata ” nella crypta.

I Borboni conoscevano bene il pericolo delle ” riunioni notturne “, soprattutto se abbinate a feste esoteriche con simbolismi liberatori.
Per evitare quindi che le processioni orgiastiche non autorizzate continuassero a svolgersi a loro insaputa nelle viscere della città, pensarono di organizzare loro per primi i festeggiamenti di Piedigrotta, allestendo per il popolo enormi tavolate in piazza ricche di ogni ben di Dio, e concedendo liberamente ai sudditi di mangiare bere danzare e sollazzarsi per ben 7 giorni, al termine dei quali il volgo era definitivamente stremato e non vedeva l’ora di tornare alla routine quotidiana. Tra luminarie, gare, tammurriate e accoppiamenti pubblici innaffiati da orge di vino Napoli cantava, portando alla luce quei popolari brani che sarebbero altrimenti scomparsi tra le pieghe del tempo. A dispetto di ciò che viene diffuso da popoli invidiosi e superbi, che hanno inscatolato Napoli tra spaghetti pizza e mandolino, tra la fine del 1700 e la prima metà dell’800 la città , con i suoi salotti intellettuali e i caffè degli artisti, era un faro di cultura per l’Europa. In essa si concentravano tradizione e modernità espresse attraverso la poesia e la musica, che danzavano nell’aria con la leggerezza di Fenesta vascia, Angelarè, Quanno nascette Ninno e l’esplosività di Lu Guarracino, Cicerenella o l’antichissima Jesce Sole che ancora rumoreggiava nelle tammurriate di Piedigrotta.
Si tratta ancora di canzone popolare, attinta a piene mani dalle tradizioni del 1200 o del 1500, di cui si è persa traccia degli autori e che quindi di diritto sono diventate proprietà di Napoli.
Ma il 1800 segna il passaggio del testimone ad una canzone dotta, nostalgica e premonitrice della sua gloria, eterna e pur breve tra gli impicci del tempo. Da polifonica, cioè canzoni di coro tipo le Villanelle,la musica Napoletana diviene intima, uscendo anche dal clichè delle famose ” serenate ” in cui la voce solista predominava sull’accompagnamento musicale. Anche la Festa di Piedigrotta, di riflesso, cambia. Nel 1830 appare il gusto della ” voce e pianoforte ” e soprattutto della musica da salotto, dove le romanze si alleggeriscono della pesantezza operistica e si avvicinano alla gente comune. La trasformazione è evidente dal 1850 in poi, quando la canzone Napoletana diviene palestra di sperimentazione per poeti come Liberio Bovio, Salvatore di Giacomo e per operisti come Rossini ,Ponchielli, Mercadante e perfino Donizetti a cui viene attribuita la musica della “Canzone Marenara ” del 1835 , che precedette di poco la stra-famosa
Io te voglio bene assaje che cambiò definitivamente il modo di fare musica a Napoli.
E veniamo quindi alla storia della bellissima canzone, che fu attribuita universalmente a Raffaele Sacco, un semplice ottico col gusto della canzone popolare.

Aria e napule  Patrizia Barrera

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Nel 1835 la Festa di Piedigrotta era già da tempo un’occasione di incontro e di sperimentazione artistica, con nuove liriche che venivano modellate su musiche popolari e che poi venivano distribuite , gratuitamente o per pochi spiccioli, a chi le volesse acquistare. Si trattava delle ” copielle”, cioè spartiti per pianoforte originariamente scritti a mano il cui utilizzo risaliva addirittura al 1537, quando Giovanni da Colonna iniziò a farle girare per diffondere le prime ” villanelle “.
Nel 1800 a Napoli di queste copielle si occupavano molti tipografi che, soprattutto in epoca di Piedigrotta, arrotondavano il proprio stipendio pubblicando le canzoni del momento e affidando le stampe ad ambulanti ; in seguito e soprattutto con Cottrau la stampa delle canzoni divenne monopolio delle prime case Editrici specializzate, grazie alle quali un enorme patrimonio canoro e musicale fu preservato. C’e’ anche da dire che proprio Cottrau si attribuì in seguito la paternità di molte canzoni non sue, percependone poi i diritti. E’ il caso anche di Io te voglio bene assaje, in origine distribuita su copielle sulle quali, fino al 1835, non apparivano MAI i nomi dei parolieri e dei compositori. Già nel 1865 la spartito girava col nome di Cottrau come unico compositore senza che Sacco facesse nulla per impedirlo. Ciò farebbe pensare che l’attribuzione del testo a Sacco sia una bufala; è molto probabile che l’ottico abbia inventato in modo ” estemporaneo ” le parole della canzone, probabilmente unendo pezzi di strofe già in circolazione e aggiungendoci qualcosa di suo. Sacco era molto conosciuto a Napoli per il suo gusto di organizzare a casa propria e talvolta nella sua bottega le ” periodiche “, cioè degli incontri musicali e canori in case private in cui musici e parolieri improvvisati potevano esprimersi davanti ad un vero pubblico. Le periodiche nell’800 a Napoli erano un fenomeno popolare e, soprattutto nei vicoli, non era raro che la gente si riunisse per fare un po’ di musica mangiando i famosi ” tarallucci e vino ” e divertendosi alle esibizioni di comici con le loro ” macchiette “. Ciò che distingueva le varie periodiche non era la sostanza bensì la forma, il che era legato al ceto sociale di appartenenza: nelle case benestanti ” si faceva salotto ” con accompagnamento di voci e pianoforti e poi di grammmofoni, mentre per botteghe e in strada vigeva la regola del ” fai da te ” musicale, dove chiunque volesse poteva accompagnarsi o farsi accompagnare da chitarre e mandolini.

O' sole mio spartito originale

Ecco lo spartito originale della canzone Napoletana forse più famosa al mondo, quasi un inno nazionale, cioè O sole mio. In origine scritti a mano gli spartiti venivano distribuiti al popolo in occasione non solo della Festa di Piedigrotta ma anche durante il Carnevale, che si svolgeva a febbraio. Fu però la festa di Piedigrotta a incrementarne l’uso: scopo primario era quello di aggregazione attraverso la musica. In origine le copielle non indicavano i nomi degli Autori delle canzoni: ciò per un doppio motivo. Il primo era che il Napoletano medio, benchè per la maggior parte sapeva leggere uno spartito in quanto OGNI napoletano era in grado di suonare rudimentalmente uno strumento eppure…ma il volgo era comunque ANALFABETA. IL secondo motivo sta nell’anima napoletana, per la quale la musica , chiunque l’abbia scritta, è di tutti.
Solo dal 1865 , cioè da quando la musica divenne un affare per le Case Editrici che sottrassero il lavoro ai tipografi, si appose il nome degli Autori. Lo spartito che vedete, infatti, è del 1898 e cita regolarmente i nomi Capurro/ Di Capua

Le riunioni di Sacco erano ” a mezzo “; vale a dire un po’ pubbliche un po’ private. L’ottico era un creativo come a Napoli ce n’erano tanti, paroliere per passione e strimpellatore dall’orecchio fino; quando Fabbricatore nel 1839 ( NON nel 1835) stampò la canzone che la gente aveva già sentita più volte nella bottega del Sacco il brano gli fu automaticamente attribuito, e a furor di popolo. Ma il suo nome non apparve mai stampato sulle copielle e neanche sugli spartiti ufficiali; d’altra parte egli mai ne rivendicò i diritti, era troppo onesto per farlo. Si limitò nel 1848 ad apporre i primi versi di Io te voglio bene assaje sulla porta della sua bottega in Vico della Quercia, una traversa di Piazza del Gesù dove , se guardate bene, potete leggerla ancora oggi. Stessa trafila per la musica; attribuita prima a Donizetti e poi a Campanella, amico del Sacco, che probabilmente la ” allestì ” per presentarla a Piedigrotta, si tratta di componimento popolare, frutto di mosaici di altre canzoni che vi si sono infilate nel tempo.

Chiunque l’abbia scritta la canzone è bellissima e mi sembrava non solo doveroso ma soprattutto appassionante per me interpretare un pezzo della storia di Napoli; la mia versione la trovate nel nuovo album Aria ‘e Napule, che devo dire sta andando forte.

Appena edita la canzone esplose: presentata alla Festa di Piedigrotta del 1839 se ne vendettero nel primo mese ben 180.000 copie e divenne il primo vero ” tormentone ” della storia. Si dice che chiunque e in qualsiasi momento della giornata la
” portava in bocca ” e che si poteva sentirla nell’aria mischiata al fracasso dei carri,alle voci del mercato e alle risate degli scugnizzi. Raffaele Tommasi, notissimo critico letterario della rivista
” Omnibus ” , nel 1840 la cita come ” canzone universale ” sfidando gli stranieri a venire a Napoli e a non udirla dappertutto. E perfino Il Settembrini cita ” Tre cose sono le meraviglie di Napoli: la ferrovia, l’illuminazione a gas e Io te voglio bene assaje ” ( Per inciso: non dimentichiamo che Napoli fu la prima città d’Italia ad inaugurare l’illuminazione pubblica a gas nel 1837, e la prima ferrovia , quella Napoli -Portici, nel 1839.)
La canzone, orecchiabilissima e dal ritornello penetrante, divenne ben presto l’emblema della nuova Festa di Piedigrotta, che dal 1835 aveva aperto le porte alle ” Giovani proposte ” di allora: si parla comunque di Artisti di grande levatura che, a cavallo tra il 1860 e il 1900, portarono la canzone Napoletana ai massimi livelli artistici possibili ,prima che l’industria discografica e i commerci connessi la affossassero definitivamente. Il successo di Io te voglio bene assaje fu solo trampolino di lancio per un’innovazione musical- canora che ricordò al mondo che Napoli era eterna musa. Delle canzoni nate dopo, benchè firmate da illustri musicisti, pochissime sono rimaste nell’immaginario collettivo con lo stesso impeto del bellissimo brano di Raffaele Sacco. Per citarne qualcuna l’universale O’sole mio ( Di Capua 1898), O’ Marinariello (Gambardella. 1893) , O’ surdato ‘nnammurato (Cannio 1915) ,Dicituncello vuje ( Falvo 1930), Torna a Surriento ( i due De Curtis 1902), e la dolcissima
Io te vurria vasà ( Di Capua 1900) che risplendono di fama mondiale. Le altre cento, mille, centomila che appartengono alla canzone Napoletana, seppur bellissime e conosciute non hanno mai brillato di luce propria ma sono sempre rimaste legate, in un modo o nell’altro, agli interpreti o ai periodi storici. Comunque sia nessuna di loro riuscì mai ad eguagliare quella sensazione di magico evento che investì i Napoletani nel 1840, quel sentirsi parte di un irripetibile momento storico che seguì la diffusione di Io te voglio bene assaje.

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canzone_napoletana

Razionalmente è difficile spiegare il PERCHE’ di questo immenso successo: è innegabile che il brano sia dolcissimo anche se, a cantarlo tutto, esercita un certo effetto soporifero. Il testo originale era infatti lunghissimo e difficile da seguire. Ve lo riporto per intero:

Pecché quanno me vide
te ‘ngrife comm”a gatto?
Nenne’ che t’aggio fatto?
ca no mme puo’ vedé?
Io t”aggio amato tanto
si t’amo tu lo saie

Te voglio bene assaie
e tu nun pienze a me!

Nzomma, songo io lo fauzo?
Appila, sie’ maesta:
Ca l’arta toia è chesta
lo dico mmeretà.
Lo jastemma’ vuria
lo juorno ca t’amaie!

Te voglio bene assaie
e tu nun pienze a me!

La notte tutte dormeno,
e io che buo’ durmì!
Penzanno a Nenna mia
me sent’ascevulì!
Li quarte d’ora sonano
a uno, a ddoje, a tre…

Te voglio bene assaie
e tu nun pienze a me!

Ricordate lo juorno
che stive a me becino,
e te scorreano nzino
le lacreme accossì.
Diciste a me: Non chiagnere
ca tu lu mio sarraje…

Patrizia Barrera

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Te voglio bene assaie
e tu nun pienze a me!

Guardame nfaccia e bide
comme song’arredutto:
sicco, peliento e brutto
Nennella mia, pe’ tte!
Cusuto a filo duppio
cu te me vedarraje…

Te voglio bene assaie
e tu nun pienze a me!

Saccio ca nun vuo’ scennere
la gara quanno è scuro,
vatténne muro, muro,
appojete ncuollo a me…
Tu n’ommo comme a chisto
addó lo truvarraje?

Te voglio bene assaie
e tu nun pienze a me!

Quanno so fatto cennere
tanno me chiagnarraje,
sempe addimannarraje:
Nennillo mio addó è?
La fossa mia tu arape
E là me truvarraje…

Te voglio bene assaie
e tu nun pienze a me!

TI VOGLIO TANTO BENE

Perchè quando mi vedi
ti infuri come una gatta?
Tesoro mio, ma che ti ho fatto
che non mi vuoi più vedere?
Ti ho tanto amato
e tu lo sai che ti amo ancora!

Io ti voglio tanto bene
ma tu non pensi mai a me.

Allora sarei IO il falso?
Ma questa è arte tua,
l’unica nella quale sei maestra!
Maledetto il giorno che ti ho incontrato
e che mi sono innamorato di te!

Io ti voglio tanto bene
ma tu non pensi mai a me.

La notte tutti dormono,
ma io non riesco a dormire.
Pensando alla mia amata
mi sembra di impazzire!
L’orologio batte il quarto d’ora
una volta..due volte..tre volte…

Io ti voglio tanto bene
ma tu non pensi mai a me.

Ascolta un mio promo di Fenwsta vascia, che troverai nell’album Aria’e Napule.

Ricorda i momenti in cui stavamo insieme
e ti scorrevano sul petto le mie lacrime.
Allora tu mi dicevi
” Non piangere, che sarai mio per sempre! ”

Io ti voglio tanto bene
ma tu non pensi mai a me.

Ora guardami in faccia
e vedi come sono ridotto:
dimagrito non rasato brutto!
E tutto questo per causa tua,
l’unica alla quale sono legato a doppio filo!

Io ti voglio tanto bene
ma tu non pensi mai a me.

Lo so che hai paura di fare questo salto nel buio,
ma sarò io il muro sul quale potrai appoggiarti.
Ma dimmi, uno che fa questo per te
dove lo troverai più?

Io ti voglio tanto bene
ma tu non pensi mai a me.

Solo quando sarò morto
e le mie ossa saranno diventate cenere,
solo allora ti ricorderai di me!
Così chiederai in giro ” Ma dov’è l’amore mio ? ”
E allora ti indicheranno la fossa nella quale sono sepolto.

Io ti voglio tanto bene
ma tu non pensi mai a me.

Come vedete un brano che racconta una storia, anzi una tresca d’amore tra un uomo non più giovanissimo e probabilmente sposato e una giovane donna, che si intuisce signorina. Un amore interrotto, probabilmente per paura del ” salto nel buio ” di cui parla la canzone, che si può intendere come abbandono di lui del tetto coniugale o anche la richiesta di avere lei come amante ufficiale. In entrambi i casi lo spasimante si è preso un bel due di picche e ora non gli resta altro da fare che gridare la sua rabbia e la sua passione sperando di intenerire l’amata. Insomma un brano che a suo modo fece scalpore, e che coinvolse più di un cuore innamorato. A dire la verità scatenò anche l’ira del vescovo che, si dice, piombò un giorno nella bottega dell’ottico invitandolo a cambiare un po’ il testo della canzone e renderla meno allusiva. Ma a quel tempo il brano era ormai di dominio pubblico, cantato anche a sproposito da così tanta gente da stimolare rifacimenti ” irriverenti ” in libelli anonimi dove la stupenda canzone veniva parodiata o derisa. Cito ad esempio questo ” Sfogo di un galantuono stanco di sentire la canzone Io te voglio bene assaje “, che girò per Napoli nel febbraio 1841.
” Per ogni strada o vicolo/Quel canto mi sgomenta,/E, caso tremendo,/Insopportabile/Giovani, vecchi, bamboli,/Ognuno convien che abbai:/Ti voglio bene assai/E tu non pensi a me ” ( frammento)
Ma forse il più gustoso è questo, di qualche mese dopo :
” Saccio ca nun può scennere/La gradinata è scura,/Se te miette paura/Appojete ‘ncuollo a me./Vattenne muro muro,/Conta: uno, due, tre/uno, due, tre./Te voglio bene assaje/E tu non pienze a me. ”
(firmato Vulpes)
C’è infine la bubbola della canzone rifatta ” in estemporanea ” dallo stesso Sacco che, sgridato a dovere dall’allora cardinale Sisto Riario Sforza, si inventò su due piedi :
“Primmo che luce e angelo/Avess’io creato,/Ommo crudele, ‘ngrato,/Pensaje pe’ te sarvà./Tanno dicette figliemo:/Corr’io quando vorraje./Te voglio bene assaje/E tu non pienze a me. ”

Nel mio album Aria ‘e Napule che troverete in digitale sul mio negozio ufficiale o sui più famosi stores
Google Play, Amazon,Xbox,Spotify e a breve molti altri) ho preferito un’interpretazione della canzone molto più semplice e breve, puntando sul coinvolgimento emotivo piuttosto che sul’intero testo.

E la Festa di Piedigrotta?
Beh, dal 1859, data dell’ultima manifestazione organizzata dai Borboni, andò gradualmente a scemare..proporzionalmente all’ingerenza delle grandi Editorie, poi delle Case Discografiche e infine della Radio, che entrata in scena nel 1926 spostò l’euforia della canzone Napoletana nei salotti di casa propria.
Dal 1937 si trasformò in un evento ” di consumo ” dove, ascoltando cantanti e orchestre di professionisti, si passeggiava in Piazza Plebiscito tra decine di bancarelle ricche di dolciumi e infine si assisteva ai fuochi artificiali sparati a mezzanotte sul mare. Infine la seconda guerra mondiale la seppellì sotto le macerie delle case distrutte e ,quando tentò di risollevarsi, si trovò davanti il neonato Festival di Napoli, gestito totalmente dall’industria e dai media..
Qualcuno tenta ciclicamente di farla risorgere e ridarle l’antico valore.
Ma non si può. Piedigrotta era una festa del popolo e, finchè la gente di Napoli terrà la bocca chiusa, non tornerà a cantare.
Piedigrotta 1960

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