Fenesta Vascia, una struggente dichiarazione d’amore.

Fenesta vascia Pur amando visceralmente e sinceramente la mia terra non avrei mai pensato di interpretare e pubblicare, un giorno, un album di Napoletano Classico. Un po’ perchè non mi sono mai sentita all’altezza; ma molto per cultura. Nella mia famiglia l’atteggiamento era conflittuale e si prestava spesso a imbarazzanti litigi; mia madre rifiutava nettamente Napoli, essendo cresciuta più al nord e provenendo da una schiatta di nobili Spagnoli. Mio padre invece era legatissimo alla cultura Napoletana, che conosceva alla perfezione dilettandosi anche a scrivere poesie in vernacolo. Tra i due lo scontro era impari e vinceva sempre mia madre, che aveva anche proibito a noi bambine di trastullarci col dialetto e di apprezzarne l’intrinseco valore. Così sono cresciuta a ” pane e Italiano “, e da adolescente ero ancora convinta che per parlare Napoletano bastasse togliere l’ultima vocale dalle parole. Tutto il poco che ho imparato su Napoli lo devo a mio padre, che mi portava di nascosto a visitare chiese e monumenti, mi regalava libri sulle tradizioni antiche e mi faceva ascoltare, in stile congiurato, le poesie che scriveva. Ricordo che un giorno trovai sul mio letto un raro vocabolario di Italiano- Napoletano, pieno zeppo di proverbi leggende e ricette culinarie, e alla mia mente si affacciò un mondo insospettato di bellezza filosofia e trivialità che mi rimase legato addosso e che non mi ha mai abbandonato. Pur avendo fatto scelte musicali diverse Napoli è rimasta sempre nel mio cuore, forse aspettando il momento giusto per venire fuori. Con questo disco, che è un atto di omaggio alla mia terra, mi avvicino a lei con la reverenza di una suddita devota e l’occhio stupito di una straniera, una creatura ibrida a cui manda la sapienza della lingua ma che conserva immacolato l’amore per la sua tradizione.

In questo album ci sono quattordici canzoni, ognuna diversa dall’altra, sia nell’intenzione che nella scelta stilistica. Ogni brano è per me un minuscolo frammento di vita dotato di anima propria, tale da richiedere atteggiamenti vocali personalissimi. La tecnica , come mio solito, è LIVE e ogni brano è stato interpretato massimo un paio di volte; poi, senza alcuna modifica o imbellimento ( fatto escluso un po’ di riverbero) è stato inserito nell’album. Forse questo penalizza leggermente la qualità dell’audio ma mi ha permesso di offrire a voi NON un semplice PRODOTTO bensì un’ emozione privata e irripetibile, che spero apprezzerete. Ho deciso di iniziare il mio album Aria ‘e Napule con una delle più belle canzoni della tradizione popolare Napoletana, attualmente conosciuta solo dagli estimatori, i romantici e nostalgici di suggestioni lontane. E’ il brano più puro dell’intera letteratura Partenopea, scritta probabilmente da un anonimo poeta del tardo 1500 a cui nel 1600 vennero aggiunti riferimenti tipicamente osco- sannitici, una sorta di dialetto antichissimo che riversa nel sangue della Greca Neapolis una strana ombra Etrusca e latina. La leggenda ne attribuisce la paternità, in quanto ripresa e portata al grande pubblico, a Guglielmo Cottrau che nel 1825 aveva una casa editrice a Napoli e, che musicista lui stesso, riesumava e modernizzava vecchie canzoni popolari di cui diffondeva poi gli spartiti . Il rimaneggiamento fu affidato ad un poeta di chiara fama, poi dimenticato , tale Giulio Genoino che riuscì con la sensibilità che gli era propria a dare nuova anima alla canzone senza urtarne o diminuirne il valore storico originario. Non fu un’impresa facile perchè, a differenza di quanto si crede, il brano è lo spaccato di una Napoli cinquecentesca colta, intellettuale,come fu la città prima il buio periodo dei Vicerè, che usa vocaboli ricercati la cui traduzione creò tutta una serie di problemi per mantenerla in rima. Anche l’approccio musicale fu in parte modificato: dal calascione, una sorta di liuto triste usato proprio dai ” musici ” di corte nel 1500, si passò al più moderno mandolino o anche alla mandola, che in parte alleviarono il senso drammatico dell’intera canzone.

calascione

Ecco un dipinto del 1500 in cui si mostra un musico con il suo inseparabile calascione.

Conosci qui la storia degli antichi strumenti colti A torto si pensa che Fenesta vascia sia solo una canzone d’amore: in realtà non lo è affatto, benchè esprima il tormento di un innamorato deluso, non voluto, per il quale la finestra rimarrà chiusa anche dopo la sua struggente serenata e malgrado le sue lacrime ” copiose come l’acqua “. Il suo unico rapporto con l’amata, quindi, passerà e verrà filtrato solo attraverso questa finestra, vera protagonista della storia, che richiama il senso dell’intera canzone. D’altra parte la canzone Napoletana è piena di riferimenti alle finestre, che rappresentano lo scorcio di un mondo privato nel quale qualsiasi innamorato, felice o infelice, anela di entrare. Soprattutto di sera, quando i vicoli erano bui e le finestre rimanevano gli unici occhi aperti sulla città, la fioca luce che emanava dai lumi della stanza invitavano a sogni e riflessioni intime, segrete, tali da creare ponti di comunicazione ben più profondi di quelli che potevano nascere di giorno. La finestra era evocatrice di sesso e d’amore: al di là delle imposte chiuse la fanciulla, infagottata nella sua camicia da notte, sotto era nuda; prima di andare a dormire scioglieva e pettinava i suoi lunghi capelli, corvini come quelli di tutte le ragazze di Napoli, e per l’unica volta nel corso dell’intera giornata era sola. Ecco allora che l’innamorato fa sentire il suo canto, idealmente l’accarezza tutta, da capo a piedi, la seduce, la infiamma. La fanciulla arrossisce, trema, fa finta di non sentire ma il fuoco della tentazione la pervade. Ecco allora la prova: se un timido sentimento sta nascendo nel suo cuore ella non potrà rimenere insensibile. Piano piano si avvicinerà alla finestra e scosterà le imposte, poco poco, solo per dare uno sguardo a chi stà là fuori, ma basterà questo solo segno all’innamorato perchè si senta euforico e riamato. La finestra è ancora chiusa ma non lo rimarrà per sempre; col procedere dei giorni e l’incalzare delle serenate essa si aprirà, così come la fanciulla ha aperto il suo cuore.

Fenesta vascia napoletana

Ecco una tipica fenesta vascia Napoletana. A volte adorne di minuscoli balconcini erano il vero occhio della casa sulla vita che si svolgeva al di fuori delle mura.

La finestra aperta, per la Napoli di una volta, era più di un pegno d’amore e superava perfino la cosiddetta “promessa” che si faceva con le due famiglie riunite. Era un amplesso figurato, anticipatore di quello che poi sarebbe avvenuto da sposi: era il vero vincolo tra morosi, ponte tra sogno e realtà . Così quando invece, vuoi per mancanza di sentimento o per imposizione dei genitori , la finestra rimaneva chiusa era un vero e proprio dramma per l’innamorato e la sua famiglia, che viveva passo a passo con lui il dolore del rifiuto. Nella Napoli seicentesca e poi anche in quella dell’800 l’immagine della ” fenesta che cola sangue ” era più che un modo di dire ma una realtà piuttosto frequente, che si accompagnava ai rifiuti come ai tradimenti e non di rado alle offese “dell’onore”. L’innamorato respinto cantava e si pugnalava sotto la finestra dell’amata ” per quello che mi ha fatto” e il suo sangue nel vicolo scuro condannava la fanciulla dura e orgogliosa ad una zitellagine a vita . Ma non solo: sotto le finestre si ” regolavano i conti” per questioni di onore: il padre ammazzava il seduttore della figlia o l’amante tradito il rivale. Più tardi gli omicidi su commissione ordinati dalla camorra si sarebbero svolti sotto quelle stesse finestre, testimoni muti e impotenti della giustizia ” fatta con le proprie mani”. E’ lo stupro dell’intimità a cui non si può accedere altrimenti, è il colorare di un dramma la vita che si svolge oltre le mura, è il marchio eterno del dolore che non si potrà mai cancellare. Le canzoni Napoletane sulle finestre sono un’esempio di narrazione unica nella storia della musica mondiale, e tali da penetrare indelebilmente nel cuore di chi ascolta. E’ quindi per mia scelta che in questo album ci siano ben due brani dedicati alle finestre: per me rappresentano quanto di più lirico e potente possa esprimere la canzone napoletana.

acquaiolo napoletano

Ecco un tipico acquaiolo Napoletano in una raffigurazione tardo seicentesca. Corredato delle sue ” mummere” cioè delle anfore di pietra dove l’acqua attinta dalle sorgenti si manteneva fresca, girava fin dall’alba tra vicoli e strade per vendere ai passanti la sua preziosa merce. Non corredata del servizio idrico e ricca di acquedotti romani in uso solo ad alcune zone ( ricche ) della città Napoli era costantemente assetata. Un sorso d’acqua fresca venduta per pochi spiccioli era quello che faceva la differenza a Napoli tra ” lavoro ” e ” fatica “. Fanciullo nel 1500 l’acquaiolo è poi
” invecchiato ” gradualmente nel corso dei secoli, proprio per la possibilità che aveva di penetrare facilmente e senza controllo in qualsiasi vicolo o zona di Napoli, anche se interdetta. Nell’800 la figura dell’acquaiolo diventa femmina, e si associa a tutti quei ritratti di grasse contadine che venivano dalle campagne di cui è ricca l’iconografia classica Napoletana.

Vuoi saperne di più sulla musica antica di napoli? Clicca qui La ” fenesta vascia ” di cui si parla in questa vecchia canzone non è, come erroneamente spesso si traduce, la ” finestra di un basso ” bensì una ” finestra bassa “, la più bassa di tutti ma non proprio a livello strada, molto comune nella Napoli antica tra i vicoli quanto nei Palazzi Padronali. Talvolta ornata da un micro balconcino quella finestra permetteva alle serve di famiglia di acquistare le mercanzie dai venditori ambulanti tirando giù ” il panaro “, un’abitudine ancora oggi molto diffusa tra le massaie Napoletane. Tranne che nei famosi ” bassi ” la cui vita si svolgeva praticamente in strada, ogni casa ne aveva una. Era il vero e unico contatto con la realtà del mondo ” di fuori ” per le fanciulle nobili tra il 1500 e il 1600, quelle vittime del matrimonio combinato, che tuttavia spesso cedevano alle lusinghe dei giovanotti innamorati che si spingevano fin sotto le finestre dei palazzi, complice il buio della notte. Durante il giorno queste fanciulle erano praticamente relegate in casa a ricamare il proprio corredo; uscivano solo per recarsi in Chiesa o comunque raramente, e sempre accompagnate dalla balia o dalle anziane della famiglia. A Napoli, come anche in Sicilia, andare a Messa era quindi un pretesto per le fanciulle da marito ” di farsi vedere ” e, per le famiglie di un certo pregio ” di esporre la propria mercanzia “. La mattina della domenica le chiese erano gremite di gente: nei banchi davanti le donne e dietro, in piedi, una folla di giovanotti che tra un segno di croce e un’orazione sceglievano con gli occhi la propria bella. Se possibile ci si fidanzava con gli sguardi: uno solo era di valutazione, due di apprezzamento ma se gli sguardi andavano oltre, da ambo le parti, allora la cosa era fatta e venivano avviate le trattative tra le famiglie. Se le cose andavano bene la fenesta vascia diventava quindi l’unico luogo di conoscenza e di corteggiamento per i due fidanzati i quali, prima del matrimonio, non potevano neanche sfiorarsi le mani. Il moroso passeggiava sotto la finestra di giorno, sperando di incontrare lo sguardo della sua bella, che cuciva il suo corredo dietro i vetri.. E poi di notte gli sguardi e le parole si facevano infuocati, le lusinghe temerarie e la finestra diveniva complice di languori e di sospiri. Non di rado l’aspirante fidanzato veniva bocciato al vaglio: quindi non gli restava altro da fare che piangere sotto la ” fenesta vascia ” sperando così di aprire una breccia nel cuore della fanciulla e farla comunque sua. Chiaramente per le fanciulle del popolo, i cui costumi erano molto più liberi, le cose andavano diversamente. E’ quindi chiaro che questa canzone fu scritta per una fanciulla di buona famiglia che non fu possibile avvicinare se non nei sogni dell’artista. Considerando il linguaggio colto e la metrica originale in endecasillabo, molto utilizzata dai poeti aulici, probabilmente Fenesta vascia fu scritta da un musico di corte e poi entrata nella tradizione popolare. Ecco il testo già corretto dal Genoino. Fenesta vascia ‘e padrona crudele, quanta suspire mm’haje fatto jettare!… Mm’arde stu core, comm’a na cannela, bella, quanno te sento annommenare! Oje piglia la ‘sperienza de la neve! La neve è fredda e se fa maniare… e tu comme si’ tanta aspra e crudele?! Muorto mme vide e nun mme vuó’ ajutare!?… Vurría addeventare nu’ picciuotto, cu na langella a ghire vennenn’acqua, Pe’ mme ne jí pe chisti palazzuotte: Belli ffemmene meje, ah! Chi vó’ acqua… S’affaccia na nennella da llá ‘ncoppa: Chi è ‘stu ninno ca va vennenn’acqua? E io risponno, co parole accorte: Só’ lacreme d’ammore e nunn’è acqua!..

Ascolta la canzone su http://www.patriziabarrera.com/

 

. Finestra bassa che appartieni ad una padrona crudele quanti sospiri mi hai strappato dal petto! Ho il cuore che arde come una candela, tesoro mio, al solo sentire il tuo nome! Perchè non fai come la neve? La neve è fredda, si, ma si fa toccare, accarezzare.. E tu come puoi essere fredda come la neve e più crudele? Vedi che muoio per te e non t’importa… Vorrei diventare uno di quei giovanotti che vanno in giro per i vicoli a vendere acqua, così potrei entrare anche nei cortili signorili gridando ” Donne, donne, chi vuole comprare l’acqua?” Allora magari ti affacceresti, ti chiederesti ” Chi è quel bel ragazzo che vende l’acqua?” Così ti avvicineresti a me ed io potrei dirti, usando le parole giuste: ” Quella che vedi qui nella brocca non è acqua ma tutte le lacrime d’amore che ho pianto per te. ” In pratica è una dolcissima e struggente dichiarazione d’amore d’altri tempi, ricchissima di riferimenti ad una Napoli antica che non esiste più. Sapientemente bilanciata nel gusto musicale e nella precisione del testo credo si tratti di una vera opera d’arte che ho amato presentare per prima , in questo album omaggio alla mia terra, e non solo per motivi cronologici. Nella mia versione mi accompagno alle note, struggenti e malinconiche, di due chitarre ognuna a suo modo solista: ringrazio sentitamente i carissimi Gaetano Canneto e Lello Cocchiaro per avermi accompagnato in un brano che mi è venuto fuori direttamente dal cuore , e che offro a Voi in una versione LIVE di grande effetto. Ascolta e Acquista l’intero album direttamente sul mio sito. Lo troverai ad un PREZZO PROMOZIONALE! E ricorda: Acquistando sul mio sito darai un valido aiuto al mio lavoro di auto produzione musicale, rendendomi maggiormente libera dalle imposizioni dei grandi negozi digitali! Non ti fidi? Puoi trovare l’album anche su Google Play, Amazon, xBox, Spotify ma molti altri negozi si aggiungeranno a breve! Inoltre PER TUTTI in omaggio una delle canzoni più belle della tradizione napoletana del dopoguerra, portata al successo negli anni ’50 da Roberto Murolo e da me rivisitata in una versione molto personale e che si discosta dalla linea armonica originale. Si tratta di ANEMA e CORE, che potrete scaricare per uso personale GRATIS dal mio sito!

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